Rumori e suoni nella notte di Bali di Stefano Sguinzi
Succede normalmente intorno a mezzanotte. Un’ora sacra che sancisce il passaggio da un giorno che muore ad uno che nasce. Quasi sempre di venerdì e sabato e nelle notti di luna piena. In quella fascia di tempo, in un momento indefinibile,una imprevedibile esplosione di suoni lacera il silenzio della notte e, come una nuvola nera, si diffonde per ogni dove e occupa ogni spazio disponibile. Penetra nelle case, si impadronisce della vita, dei sogni, degli amori di chi le abita. Arriva sino a dove le sue potenti energie lo consentono ma si impoverisce strada facendo,un poco alla volta. Prima è piena di vigore, poi si affievolisce e muore. Gli alti e bassi della sua composizione producono un suono eccitante. Chi l’ascolta si abbandona ad una danza sfrenata, senza regole. Ciascuno la vive come vuole perché è musica dal forte contenuto emotivo, che nasce per essere consumata in libertà anche se, stranamente, richiede un gruppo di riferimento per ‘ lasciarsi andare’ e viverla al meglio. E’ musica che ‘ fa ballare ’ anche se non ha niente a che fare con la danza ma è molto più simile ad una scena di seduzione sessuale o ad una forma di auto-erotismo.
Boom, bum, bum.
La musica, che coinvolge in una specie di rito profano i cerimonieri della notte, si protrae a lungo e non ha un tempo definito per giungere a conclusione. Finisce per esaurimento. Quando vengono a mancare le energie e le prime luci dell’alba, cancellando l’intimità della notte, ci fanno sentire scompostamente nudi e disfatti di fronte al nuovo giorno. È in quel momento che la musica tace e l’isola viene magicamente restituita al suo silenzio.
Boom, bum, bum. Non c’è altro modo per descrivere ciò che quella musica diviene quando arriva alle orecchie di chi vive a chilometri di distanza. Bum, bum, bum. I toni alti si spengono con rapidità e dal bisogno di poco spazio per morire. Quelli bassi, invece, no. Corrono a lungo, cupi e ripetitivi. Bum, bum. Bum bum, bum! Oramai non è più musica ma suoni. Non sono più suoni e rumori che violano il profondo mistero della notte. Inquinano il suo profondo silenzio, sconvolgono la sacra dimensione delle nostre vite violando l’intimità che ci appartiene. Bum. Bum. Bu - buum! “Questa è la musica di consumo, fratello, quella con cui ci si diverte ai nostri giorni!” “Sarà, fratello. Sarà ma non ci credo e mi spiace che tu non sappia capire e divertiti con qualcosa di diverso”
A Bali, sì proprio qui a Bali, c’è una musica che non diventa mai rumore. Non percorre chilometri per andare ad occupare spazi che non le competono perché non è riprodotta attraverso mezzi elettronici ma eseguita dal vivo.Si esprime su tonalità alte, perché è prodotta da flauti e strumenti a percussione. Non va contro ma sembra nascere dal silenzio. Esprime la spiritualità di questa gente attraverso l’intensità e l’impatto dei suoni più che con la loro duttilità o la base ritmica. È una musica plastica, da ascoltare ma anche da vedere, perché possiede una sua dimensione visiva. Per scoprirla bisogna abbassare i finestrini delle automobili e spegnere la radio. Subito dopo il tramonto, quando il sole è andato a nascondersi nelle profondità del mare, in molti villaggi si diffonde il suono del gamelan. In alcuni casi si tratta di suoni senza grazia, persino sgradevoli.
Plin, plum, plan, pan.
In altri sembrano vere e proprie prove di orchestra. I suoni nascono e muoiono senza una logica apparente.Esplodono nell’aria per quietarsi improvvisamente. Se avrete la fortuna di poter osservare da vicino queste straordinarie esecuzioni musicali rimarrete sconvolti dalla grazia del gesto con il quale l’esecutrice accarezza lo spazio che i suoi suoni hanno turbato, nel tentativo di ricomporlo, di chiedergli scusa. Prima che l’esecuzione abbia inizio le mani affusolate delle esecutrici passano sui loro strumenti lentamente, con gentilezza, per propiziarne la collaborazione. Quindi afferrano i vari strumenti di percussione per muoverli nell’aria con gesti simbolici allo scopo di ottenere dagli spiriti che la abitano il permesso di violarla.
Plim, plun, plan.Bang. All’inizio la loro musica sembra una violenza inferta allo spazio circostante. Ma non è così. Basta un attimo per capire che si tratta di una intrusione festosa, l’esplosione nella quale si manifesta la felicità di essere vivi ed in armonia con l’universo. Per capire la natura profonda di questa musica bisogna prendere parte ad una delle periodiche performance di questi gruppi. Ogni anno sono invitati a parteciparvi dieci villaggi che organizzano, ex novo, un gruppo di trentacinque elementi, tutti principianti. Nel giro di pochi mesi i suoi componenti vengono selezionati, addestrati e portati a confrontarsi con quelli dei villaggi vicini che hanno compiuto lo stesso percorso.
E adesso eccole lì. Trentacinque giovani donne da una parte e trentacinque dall’altra.Avvolte dallo splendore dei loro costumi tradizionali - ogni gruppo ha ideato il proprio - e delle loro acconciature rituali. I capelli nerissimi raccolti dietro la nuca sono arricchiti da un toupé, gli occhi e la bocca truccati in modo pesante, la loro naturale bellezza sacrificata alle esigenze del rito. Per prepararsi spiritualmente e fisicamente si sono alzate alle cinque del mattino. Adesso sono quasi le otto di sera. Sono sfinite ma pronte. Perfette. Nell’attesa di essere chiamate rimangono sedute lungo i bordi di un balé, l’una accanto all’altra, e non parlano. Non scambiano fra loro neppure una parola. Sentono il vociare del pubblico, assiepato all’esterno, attorno al palcoscenico, ma rimangono ferme, composte. Non hanno alcuna curiosità da soddisfare. Sanno tutte perfettamente quello che devono fare e, probabilmente, hanno già cominciato a farlo.
Ad un ordine appena pronunciato si sono alzate e si sono messe in colonna, occupando ciascuna il posto prefissato. Seguendo una linea perfetta, si sono mosse in perfetta sincronia, hanno preso posto nei loro scranni, di fronte ai loro strumenti. Adesso attendono composte di dare inizio alla loro esecuzione. Non fanno un solo gesto inutile e rispettano un silenzio assoluto. Poi, senza un comando apparente, le loro mani incominciano a fluttuare nell’aria. Non si capisce se si tratta di una danza preliminare o di una preghiera. Agiscono insieme, all’unisono, seguendo una disciplina che hanno imparato ma che nessuno ha loro imposto.
La musica esplode nell’aria per esprimere il loro spirito ma anche quello della gente che le circonda: uomini e donne, giovani, vecchi e bambini. Tutti i presenti conoscono quella musica perché l’ hanno sentita crescere giorno per giorno nei loro villaggi, ripetuta a pezzi, sino all’esaurimento. E applaudono, applaudono felici per l’esito di certi passaggi particolarmente difficili e, sopratutto, perché quella musica esprime anche i loro sentimenti. Le mani agili delle suonatrici martellano con vigore gli strumenti, ne esaltano e attutiscono i suoni. Danzano nell’aria disegnando misteriose e magiche raffigurazioni. La loro non è musica di consumo ma una preghiera. Ciascuna di loro è libera di fare quello che vuole ma si muove all’unisono con le altre. Insieme ringraziano gli Spiriti di Bali di avere accettato la loro offerta ed esprimono la certezza che la loro supplica sarà accolta.
Nelle notti di Bali si mescolano rumori e suoni. Bali sarà sempre e comunque Bali sino a quando nella notte si diffonderanno le note dei suoi gamelan.
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